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Lavoro stagionale

Gli effetti del jobs act sui contratti a termine

 

Per definizione si intende lavoro stagionale: una occupazione che si svolge per un periodo specifico dell’anno. Solitamente la durata del lavoro stagionale, comprende un breve periodo o lasso di tempo.

Il decreto legislativo 81/2015 in vigore dal 25 giugno, disciplina questa tipologia di lavoro.

Il testo è composto da 57 articoli, redatti con l’obiettivo di introdurre sempre più contratti a tempo indeterminato, e rafforzare le opportunità di lavoro, in quanto la disoccupazione in Italia sta raggiungendo valori altissimi.

E’ importante soffermarci come Centro Studi e Formazione sul nuovo D.lgs presente nel jobs act, in quanto stiamo assistendo ad un vero “tramonto” dello statuto dei lavoratori; ricordiamo che i neoassunti dal 7 marzo 2015 non rientrano nell’Articolo 18 legge 300/1970, quindi non hanno tutele per quanto riguarda i licenziamenti per giusta causa.

Con l’attuale decreto legislativo 81/2015 il governo, ha voluto incentivare l’occupazione nelle aziende concedendo loro degli incentivi che hanno come obiettivo primario, quello di eliminare le varie tipologie di contratti a breve termine, ammettendo come lavoro flessibile esclusivamente quello a tempo parziale, a chiamata, a tempo determinato, di somministrazione ed infine l’apprendistato.

Individuato nel lavoro subordinato a tempo indeterminato il modello di riferimento nella gestione dei rapporti di lavoro, soffermiamoci sul tema del lavoro flessibile inteso come tale, per la durata della prestazione di lavoro e distinguiamo i diversi contratti.

Per quanto riguarda il lavoro a tempo parziale, non esiste più la tripartizione di part-time orizzontale, verticale o misto, tuttavia resta ferma l’indicazione che va data nel contratto, ovvero la durata della prestazione lavorativa, l’orario con riferimento al giorno, alla settimana, al mese e all’anno.

Novità: nel caso in cui non ci siano regole specifiche previste dal contratto nazionale di riferimento, il decreto legislativo 81/2015, prevede che il datore di lavoro possa richiedere al lavoratore lo svolgimento di prestazioni di lavoro supplementare, in misura non superiore al 15% delle ore di lavoro settimanali concordate.

Con l’introduzione di clausole flessibili ed elastiche, il datore di lavoro può variare l’orario concordato, comunicandolo con un anticipo di due giorni. Nel caso in cui non sia presente un ccnl di riferimento la variazione non può superare il 25% dell’orario precedentemente pattuito.

Il dipendente avrà diritto ad una maggiorazione retributiva oraria globale pari al 15%.

Per lavoro a chiamata si intende, la prestazione di carattere discontinuo o intermittente. Il contratto può essere applicato a persone con età superiore ai 55 anni di età o fino ai 24 anni.

Passiamo al lavoro a tempo determinato, il quale conferma il Decreto Poletti del 2014, dove era prevista l’abolizione delle esigenze tecniche, organizzative, produttive o sostitutive e la liberalizzazione del contratto a termine purchè vengano rispettati 2 punti: il contratto a tempo determinato non deve superare i 36 mesi e non può riguardare più del 20% dell’organico aziendale a tempo indeterminato.

Un’altra forma di contratto è la somministrazione di lavoro, che permette ad un’azienda di rivolgersi ad un’altra per utilizzare il personale non assumendolo direttamente, ma tramite agenzia ad esempio (staff leasing o job sharing).

Infine con il jobs act è entrato in vigore, anche il nuovo contratto di apprendistato, che ha il compito di offrire ai giovani una formazione utile ad affrontare il complicato mondo del lavoro. Il contratto deve essere stipulato in forma scritta e deve avere una durata minima di sei mesi.

Dopo aver esaminato in linea generale le diverse tipologie di contratto a termine, in conclusione, è noto a tutti che la stagione nella quale viviamo segnerà senza dubbio un’epoca di cambiamento sostanziale e formale del diritto del lavoro e dei lavoratori, sempre più trattati come numeri e non come persone.

E’ vero che probabilmente si moltiplicheranno le assunzioni nelle aziende, ma è anche vero che aumenteranno i licenziamenti causando l’impoverimento di molte famiglie italiane e questo non gioverà sicuramente all’economia.

Il giusto equilibrio dovrebbe scaturire tra la spinta economica e la protezione dei lavoratori, facendo in modo che la bilancia sia equa e non protendi solo in una direzione, che è quasi sempre quella degli interessi economici.

 

Valentina Cioffi

Centro Studi e Formazione

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